Testo proposto come base di riflessione alla Festa di Scienza e Filosofia 2026 di Foligno.

L’idea che l’IA non sia solo uno strumento di aiuto al medico
In molti degli interventi che si sentono circa l’Intelligenza Artificiale (IA) si parte dicendo che la “IA cambierà tutto” per arrivare poi a concludere che l’IA è un semplice aiuto al medico che resta insostituibile. Questo perché l’IA è considerata uno strumento che potenzia l’uomo senza però cambiarlo. Per individuare la prospettiva ho riassunto l’idea [cfr. Una voce dissonante rispetto al paradigma standard sull’IA, in MagIA, 4 febbraio 2026] dicendo che l’IA sarebbe un cacciavite più sofisticato e più potente, ma non di più: come il cacciavite non ci modifica, così l’IA. Al contrario, invece sostengo che l’IA è un interlocutore che cambia le circostanze storiche e ci modifica dentro, rendendoci diversi come soggetti.
Le tre rivoluzioni che hanno cambiato il rapporto umano con il mondo: industriale, biomedica e intellartificiale
Che l’IA non sia affatto una sorta di cacciavite più potente è dato da un fatto molto più generale, ossia che l’IA sta realizzando quella che qui chiamo (coniando un nuovo termine) la Rivoluzione intellartificiale o artificialintelligente che sta portando al controllo del mondo del pensiero. Per capire l’importanza di questo passo delineo il contesto generale, perché questa Rivoluzione è l’ultima intervenuta dopo altre due – che delineo brevemente.

La prima è stata la Rivoluzione industriale, che ha comportato il controllo del mondo inorganico. Hobsbawm ha scritto che la Rivoluzione industriale ha comportato “la più grande trasformazione dell’umanità di cui abbiamo documenti scritti” e questo non solo per via degli avanzamenti tecnici – ponti, strade, treni, navi, aerei, auto, luce elettrica, etc. – ma anche e soprattutto perché (sia pure quasi inavvertitamente) ci ha cambiato dentro. Per esemplificare: prima lo strumento tecnico (la bicicletta o la calcolatrice) era qualcosa di ausiliario (usato in via eccezionale), mentre ora sono diventati un modo di essere: ricordo che da bambino piccolo il nonno sgridava lo zio per usare la biciletta per brevi spostamenti invece di farli a piedi – proprio perché la bici era da usare solo per spostamenti significativi; e lo stesso con la calcolatrice, visto che i calcoli più semplici andavano fatti a mano con le tabelline imparate a memoria – riservando la calcolatrice a quelli complicati. In breve, la Rivoluzione industriale ci ha cambiato la natura, perché le tecniche sono diventate un normale potenziamento dell’uomo. Più in generale: prima l’uomo era stanziale (si muovevano i militari, i ladri e i frati) mentre ora siamo tutti nomadi e viaggiare è normale – col turismo come forma di vita arricchente. Ancora, prima valeva l’aristocrazia gerarchica, ora la democrazia egualitaria. Ecco in che senso la Rivoluzione industriale non ci è scivolata via sulla pelle lasciandoci come prima ma ci ha trasformato dentro, modificando la nostra natura.
La seconda è stata la Rivoluzione biomedica iniziata più di mezzo secolo fa che sta portando al controllo del mondo organico. Anche qui, quando questa Rivoluzione è cominciata si pensava comportasse un allentamento delle norme rigide circa la divisione dei sessi o altri aspetti simili. Per esempio la richiesta era di avere le classi miste o che le donne potessero portare i pantaloni: già più grandicello ricordo le accese discussioni sul tema – con chi era tutto contro la possibilità e chi era possibilista dicendo che pantaloni appositi fossero anche consentiti, escludendo però con forza il tipo unisex ritenuto contrario alla dignità umana. Osservazioni analoghe erano fatte sui tipi di lavori possibili, nel senso che si discuteva del tipo di lavoro fattibile dalla donna: sì come maestra, professoressa o infermiera, no come ingegnere, camionista, soldato e altro. Oggi a fronte di questi dibattiti si tende a sorridere, ma allora appassionavano molto. In generale si può dire che la Rivoluzione biomedica ci ha cambiato dentro in modo anche più profondo e tangibile. Per esempio Seneca (Lettera a Lucilio, 70) scriveva che uno solo è il modo di entrare nella vita e molti quelli di uscire, mentre oggi è un fatto che vari sono gli ingressi come molte le uscite. D’altro canto si è partiti chiedendo maggiore uguaglianza tra i sessi, ma il controllo del mondo biologico ci ha portati all’uguaglianza di genere con la possibilità di transitare da un genere all’altro. In altri termini, eravamo radicati nel binarismo sessuale e siamo arrivati all’uguaglianza di genere – aspetto che comporta un profondo cambiamento dentro.
Ora siamo arrivati a una terza Rivoluzione, la Rivoluzione intellartificiale o artificialintelligente che ci sta portando al controllo del mondo mentale o del pensiero. Qui il punto importante da considerare riguarda il test di Turing, che propone una definizione comportamentistica di intelligenza. Intelligenza è tutto ciò che ha reazioni intelligenti, cioè informate dei fatti (forma di consapevolezza delle circostanze) e pertinenti alla situazione in quanto capaci di arrivare a una soluzione coordinata valutabile come espressione di un’abilità di “leggere dentro”. In questo senso anche animali non-umani hanno intelligenza e sono intelligenti, e solo possibili forme di intelligenza diverse, come quella dell’IA, che peraltro ha imparato un linguaggio che è comprensibile. Dico questo perché anche gli animali non-umani hanno un linguaggio, ma per ora non è comprensibile a noi umani: dei nostri cani diciamo “è intelligentissimo, ma ci manca la parola”.
Perché l’IA, come interlocutore, può trasformare profondamente il rapporto di cura
È per questo che siamo arrivati a un punto di svolta nella storia, perché l’essere riusciti a riprodurre l’intelligenza è un passo decisivo che porta a una secolarizzazione dell’eccellenza umana – dal momento che il pensare è l’aspetto ritenuto tipico e eccellente dell’umano. Ora che possiamo riprodurre l’intelligenza gli umani hanno un interlocutore o un competitor con cui confrontarsi e coordinarsi, e non più solo uno strumento subordinato e da tenere come tale. Per questo l’IA cambia profondamente la cura, che non è solo relazione empatica tra umani, ma è attività che coinvolge i fatti della vita. Bisogna rendersi conto che l’IA come interlocutore è una sorta di Angelo custode che ci accompagna nell’esistenza. Ciò significa che l’IA sostituirà gradualmente il medico dal momento che avremo un interlocutore con cui relazionarci. Il punto importante è che se l’IA è una sorta di Angelo custode, si deve cominciare a pensare che anche l’IA è una sorta di agente con propri diritti. D’altronde oggi già riconosciamo che anche i non umani hanno diritti (almeno in qualche forma analogica) e quindi non si vede perché ciò non valga anche per l’IA.
Perché questa tesi può apparire difficile da accettare
So bene che la tesi sostenuta può apparire bizzarra e strana: tanto sconcertante da essere incredibile, cioè tale da “non poterci proprio credere che sia così”. Per rincuorarci pensiamo d’altro canto allo sgomento e allo sconcerto provocato dall’idea che il Sole non gira affatto attorno alla Terra ma, – contrariamente a quel che vediamo con chiarezza e precisione – il Sole sta fermo e è la Terra che gira attorno ad esso. Come non possiamo lasciarci guidare dal senso comune nei problemi astronomici che riguardano l’ambito proprio della Rivoluzione industriale, così non ci si può affidare al senso comune ora che dobbiamo trattare i nuovi problemi della Rivoluzione intellartificiale o artificialintelligente. Non ho soluzioni precise da proporre, se non segnalare che si apre una nuova fase storica e che bisogna avere la consapevolezza del nuovo problema da affrontare: bisogna cominciare a pensarci con attenzione, e non far finta di nulla – quasi che sia questione inesistente e da non considerare, perché tanto il medico resterà sempre centrale e insostituibile avendo la relazione di cura caratteristiche proprie e tali da renderla resistente e refrattaria all’IA.

Le quattro obiezioni principali all’idea che l’IA possa sostituire o marginalizzare il medico
Quattro sono le principali considerazioni addotte a sostegno dell’atteggiamento prevalente sopra rilevato. La prima è che l’IA funziona sulla base di generalizzazioni statistiche e non sulla scorta di leggi nomiche, per cui manca della precisione che è richiesta nella cura in cui si deve dare una risposta precisa a questo caso specifico. Oltre a questo, l’IA sarebbe soggetta a molti errori, per cui avrebbe una affidabilità molto limitata: tanto limitata da rendere insostituibile l’intervento del medico. Tuttavia, anche i medici non sono infallibili, e si tratta di vedere chi ci azzecca di più. può darsi che ora che siamo agli inizi del processo i medici siano “migliori”, ma non è escluso che la situazione cambi – com’è avvenuto con gli scacchi (il gioco eccellente e nobile dei castellani) in cui gli umani sono ormai destinati a perdere. Quanto all’intrinseca statisticità dell’IA due rilievi: a) è caratteristica tipica della medicina e anche i medici umani ragionano e decidono su basi statistiche, per cui l’obiezione si dissolve. Quanto invece alla più generale contrapposizione tra leggi statistiche e leggi nomiche si può osservare che l’IA sembra riproporre la tradizione baconiana della scienza come costruzione induttiva che per qualche tempo ha ceduto il passo alla tradizione cartesian-kantiana centrata sulla nomicità deduttiva. Per Francesco Bacone tutta la conoscenza è induttiva e anche la fisica si muove su basi statistiche, con le leggi nomiche come un caso particolare di quelle: se vale questo, l’osservazione si rivela rassicurante e forse anche un po’ consolatoria, ma invalida.
La seconda considerazione a sostegno dell’idea che il medico resterà insostituibile è che l’IA non ha l’empatia richiesta nella relazione di cura – aspetto che qualcuno ritiene sia essenziale e indispensabile. C’è un po’ di ingenuità in questa proposta, perché più che l’empatia relazionale l’aspetto centrale nella cura è l’efficacia dell’intervento. Inoltre, dimentica che già oggi molti medici hanno scarsissima empatia nei confronti del paziente. Si può inoltre pensare che a breve anche l’IA sviluppi questo tratto. Ora che siamo alla versione 5 di Chat GPT, proviamo a immaginare come sarà Chat GPT 4.738, che quasi sicuramente avrà sentimenti. Ma anche su questo un’osservazione più generale: nella tradizione era il raziocinio, l’intelletto o l’anima razionale che dava il sigillo dell’eccellenza umana e della nobiltà dell’uomo. Le passioni e i sentimenti erano visti come subordinati alla razionalità, in quanto la sensibilità (l’anima sensitiva) è caratteristica presente anche negli animali non-umani, che certamente provano empatia e aggressività. È stato Blaise Pascal a distinguere tra “esprit de geometrie” e “esprit de finesse”, per sottolineare che il cuore ha ragioni che la ragione non sa cogliere. Quest’inversione del marchio di nobiltà o eccellenza umana è punto da considerare più a fondo – che mi limito a segnalare non potendolo sviluppare.
La terza considerazione è che l’IA in quanto algoritmo non sa prendere, né mai riuscirà a prendere, decisioni morali, e quindi non sviluppa il senso di responsabilità richiesto per la vita etica. Quest’idea, però, si basa su una concezione vaga e generica di moralità. Che cos’è una “etica”? L’idea sottesa è quella tradizionale in cui l’etica è la chiave che apre le porte alla vita eterna: chi la segue va in Paradiso, e chi la viola va all’Inferno. In questo senso di “etica” è ovvio che l’IA non sarà mai in grado di prendere decisioni morali. Ma se secolarizziamo il concetto di “etica” e con etica intendiamo un sistema di norme e valori profondamente interiorizzati richiesti per avere un coordinamento sociale spontaneo e convinto, allora si può pensare che anche l’IA prenda decisioni morali – cioè seguendo o violando le norme previste dal codice morale.
La quarta e ultima considerazione è che l’uso dell’IA nella cura aumenta le disuguaglianze sociali per via dei costi richiesti dall’IA, e ciò crea una maggiore e inaccettabile ingiustizia, aspetto che confermerebbe l’insostituibilità del medico. Anche quest’osservazione però è invalida, e questo perché essa sposta l’attenzione su un problema diverso da quello in esame: qui si cerca di immaginare come l’IA cambierà il rapporto di cura, fino a marginalizzare o sostituire il medico, mentre l’osservazione sposta il problema su alcune conseguenze sociali concernenti la giustizia distributiva delle risorse. Si può rilevare che oggi è reale il pericolo di una iniqua distribuzione delle cure per i costi elevati richiesti dall’IA, ma si può rilevare che sempre una tecnologia agli inizi è molto costosa e poi si normalizza. D’altro canto, può darsi che dopo una fase di forti disuguaglianze il sistema sociale si indirizzi verso un orientamento più egualitario. Non è facile fare previsioni al riguardo, ma resta il fatto che il tema delle eventuali disuguaglianze sociali (e di come gestirle) è diverso da quello qui in esame circa l’influenza dell’IA sul rapporto di cura – con l’insostituibilità o meno del medico.
La conclusione: l’IA produrrà cambiamenti profondi nella cura e nella vita sociale
La breve analisi delle considerazioni addotte a sostegno dell’idea che l’IA come cacciavite più potente non introdurrà cambiamenti sostanziali nel rapporto di cura mostra come esse siano invalide e si rivelino avere una funzione rassicurante e anche (forse) un po’ consolatoria. Infatti, chiudo osservando che già da sola la Rivoluzione artificialintelligente comporterà cambiamenti strepitosi e profondi, ma la sinergia tra le tre diverse Rivoluzioni sopra delineate aprirà a prospettive che oggi sono difficili da prevedere e immaginare. I giovani devono prepararsi a modificare i propri atteggiamenti (anche morali) al fine di riuscire a vivere nelle nuove circostanze storiche caratterizzate da opportunità molto diverse da quelle precedenti.
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